Per molti, il padre Daniel-Ange davvero non ha bisogno di presentazioni. Per chi non lo conosce, tento di abbozzarne rapidamente alcuni aspetti: origine belga, monaco ed eremita, ha vissuto una dozzina di anni in Ruanda. Ordinato sacerdote nel 1981, a quasi 50 anni, oramai ha l’aspetto di un energico e robusto ottantenne, sorridente, dalla voce roca, che benedice le assemblee con ampi movimenti brandendo una croce etiope dalla quale pare non separarsi mai.

35 anni fa, fondava una speciale scuola di evangelizzazione: per 9 mesi all’anno, una trentina di giovani vivono in un grande edificio-collegio a Prat-Long, in un posto isolato tra i boschi, su una montagna nel sud della Francia (diocesi di Albi), raggiungibile solo con una stradina che sembra interminabile. È la scuola “Jeunesse-Lumière”. Rinomato formatore di giovani, celebre conferenziere, appassionato dal mondo ortodosso, il padre Daniel-Ange è anche un autore prolisso: una settantina di volumi, molti dei quali tradotti in più lingue. I suoi scritti – almeno quelli che ho letto – hanno uno stile molto orale e pungente, talvolta poetico, e sono corroborati da note e citazioni raccolte ad ampissimo raggio. Don Daniel-Ange è noto per aver affrontato nei suoi libri, oltre beninteso alla spiritualità e al tema dei giovani, quello della sessualità sotto vari aspetti: desiderio del rapporto sessuale, rispetto del corpo, omosessualità, pornografia, prostituzione, ...  È ancora in giro per il mondo una o due settimane al mese. Il resto del tempo, vive nel suo eremo situato vicino al collegio “Jeunesse-Lumière” di Prat-Long. Per la precisione, quell’eremo è una minuscola capanna che non sfigurerebbe in un film western.

Lo incontro a Roma la sera del 13 ottobre 2018. La canonizzazione di Paolo VI è imminente, e proprio a lui padre Daniel-Ange ha dedicato due volumi (Paul VI Un regard prophétique, due tomi, edizioni Saint Paul). Ne parla come del Papa che ci ha lasciato le più profonde riflessioni sullo Spirito Santo, e si accinge a concelebrare, domani, a San Pietro.

 

Tebaldo Vinciguerra: Padre, lei ha pubblicato un saggio sulla sessualità nel 2014 (Eblouissante sexualité, pourquoi te dynamiter ? Edizioni du Jubilé). Ma scriveva già nel 1993 un forte monito contro la pornografia, era nel suo libro Guetteur ! (edizioni Fayard) (Sentinella! Tradotto anche in italiano). All’epoca in cui scrisse queste pagine, quale era il contesto?

Padre Daniel-Ange: 25 anni fa, questo “cianuro dell’umanità” già si diffondeva con una velocità folgorante, ovunque, ovunque, ovunque. Una vera immondizia, e questo non ha smesso di amplificarsi, oramai quell’immondizia te la trovi sul telefonino, sull’Iphone.

E adesso?

Nelle scuole e nei licei si condividono i video porno col telefonino dei compagni, e sono immagini di persone vere in movimento. Siamo arrivati al punto in cui non si può fare a meno di chiedersi – enorme sfida – come giugulare, o almeno incanalare al massimo la pornografia. È una marea nera che ha travolto la gioventù. La gioventù non è la sola ad essere invasa, certo, ma è particolarmente vulnerabile. Oggi l’immagine provoca la realtà: provi a fare, o a far fare, quello che vedi. È questo lo scopo dell’operazione. C’è un dato rivelante: negli Stati Uniti d’America, il giro d’affari della pornografia sarebbe paragonabile a quello della vendita di armi. Sono due tipi diversi di armi da guerra, che circolano ambedue nell’indifferenza di molti Governi. Mi sembra che davvero pochi Governi abbiano preso in mano questo problema per giugularlo a tutti i costi.

Una marea nera che colpisce tutti, che vuole suscitare l’imitazione? Sarà, ma andando nel concreto, lei dove vede gli effetti?

C’è un primo fattore riconosciuto da molte polizie, almeno dalle polizie dei Paesi occidentali: i criminali sessuali, i predatori sessuali, hanno tutti uno stock di cassette o DVD pornografici. Tutti, tutti. Si può dire che la pornografia ha contribuito a portarli verso le loro azioni. C’è una commovente e illuminante testimonianza di un giovane americano che è stato condannato per aver ucciso una ventina di ragazze, si chiamava Ted Bundy, ne parlo in uno dei miei libri. Gli venne concesso di esprimersi prima di avviarsi verso la sedia elettrica nel 1989. Così, ha narrato della sua adolescenza: a 13 o 14 anni era un bel ragazzo senza storie, è stato poi sedotto dalla pornografia scoperta dal panettiere di una viuzza vicina. Così ha finito con quegli omicidi. Termina la propria testimonianza esortando a combattere la pornografia per evitare altri Ted Bundy. Davvero, è una testimonianza travolgente. Un testamento lasciato in punta di morte, e avrà fatto riflettere molti americani.
C’è un secondo fattore, iniziato negli Stati Uniti e poi che si è presto diffuso, collegato ai programmi simili a Skype: si moltiplicano le video-chiamate durante le quali ci si spoglia e ci si masturba in diretta. In alcuni casi, un ragazzo si masturba ed è guardato da centinaia di adulti in videoconferenza! Queste sono le conseguenze della diffusione della pornografia.

Questi due fattori, avrebbero potuto essere citati anche da altre persone. Adesso pero vorrei rivolgermi specificamente al sacerdote solito accompagnare giovani. Parliamo della confessione e dell’accompagnamento spirituale. Duole? Un accompagnamento è proponibile, fattibile, per chi è ferito dalla pornografia?

Vorrei innanzitutto precisare una cosa: mi risulta che oramai molti giovani, cristiani e non cristiani, abbiano perso la consapevolezza che “è male”. È così tanto banalizzato, “reso ordinario” se posso dire, fa così tanto parte del quotidiano che ci si chiede cosa ci sia di male. Ne parlo coi giovani che incontro, e loro stessi me ne parlano anche e soprattutto fuori dalla confessione, e loro non vedono cosa ci sia di male. Prima ci si confessava sapendo di aver commesso un peccato, ora di meno. È un fenomeno nuovo. C’è dunque un lavoro immenso da fare per sensibilizzare al bene e al male.
Questo vale anche nel campo della fedeltà, anche perché la giurisprudenza che si verifica in Francia sembra non considerare più per nulla l’infedeltà come negativa. Siamo arrivati a campagne pubblicitarie nella metro di Parigi con slogan di questo tipo: la donna che dice “vivo con due uomini dunque sono doppiamente fedele”. Siamo arrivati a promuovere l’infedeltà partendo dalla fedeltà!

Parlavamo del suo libro Guétteur !  pubblicato nel 1993. Siamo nel 2018, si sente meno solo su questi temi? Le risulta che la pornografia sia diventata un argomento meno sdrucciolevole, e che altre persone nella Chiesa – penso in particolare alla Chiesa in Francia – accettino di parlarne?

Sì, ci sono per fortuna molte associazioni che allertano. Anche se forse non sono associazioni specializzate sulla pornografia, comunque “tutto è collegato” come dice Francesco. Comunque non vedo in Francia un documento dal peso di un’apposita lettera di una Conferenza episcopale. Forse esiste. Forse ci sono lettere di singoli Vescovi, ma non mi risulta che abbiano sfondato nei media, non se ne è sentito parlare.

Gli Stati Uniti hanno avuto una forte lettera della Conferenza episcopale, era nel 2015…

E altre Conferenze episcopali si radunano, parlano di tanti altri argomenti, tutti importanti certo, ma non osano pronunciarci su questa urgenza primordiale.

Con la neonata associazione PURIdiCUORE in Italia, tentiamo di approfondire e sviluppare la collaborazione tra, da una parte la Chiesa, il prete e l’accompagnamento spirituale, il magistero e in particolare la teologia del corpo, e dall’altra il terapeuta, sessuologo o psichiatra.

Eccellente! Va moltiplicato in tutti i Paesi, e incoraggiato dai Vescovi. Altrimenti i giovani non hanno punti di riferimento, non sanno a chi rivolgersi. Andranno pure in Chiesa, ma se il sacerdote non affronta mai il tema… Poi, non è che di sua iniziativa un giovane prende e inizia a leggersi la teologia del corpo!

Un altro argomento che vorrebbe affrontare?

Non va sottovalutato il pericolo della pornografia, in realtà una perversione sessuale, che si distribuisce nelle scuole di alcuni Paesi, mascherata…

… da educazione sessuale?

Già. È una cosa spaventosa. Ho allertato ripetutamente i Vescovi in merito. In Belgio o Svizzera, capita che la sola organizzazione abilitata per la cosiddetta educazione sessuale e che dunque abbia accesso a determinate scuole sia di matrice apertamente LGBT. È anche in reazione a questo che si moltiplicano le scuole private, “fuori contratto”. Costano spesso molto, sono un sacrificio per i genitori che non sempre sono abbienti, ma vogliono un’educazione “pulita” per i loro bambini. Conosco coppie cattoliche di ex “Jeunesse-Lumière” che, in Svizzera, hanno deciso di mandare i figli alla scuola evangelica.
In Francia, in campo mussulmano, c’è stata l’iniziativa ammirevole di Farida Belghul che ha denunciato quello che si mostrava e insegnava ai bambini nelle scuole. Ci siamo sentiti spesso. Nel 2013 e 2014, incoraggiava i bambini mussulmani ad assentarsi da scuola, il tutto legalmente, una volta al mese in concomitanza con la giornata di educazione sessuale. Ebbe molto impatto. Mi spiace che la sua iniziativa non abbia ricevuto un maggiore sostegno da parte di leader religiosi non appartenenti alla comunità mussulmana in Francia: proteggere i bambini sarebbe stata davvero una bella causa di collaborazione interreligiosa. Alla fine, il suo movimento legale e non violento è stato stroncato, il sistema scolastico non avendo trovato nulla di meglio che prendersela con gli alunni che mancavano la scuola in quei giorni.

È un totalitarismo – coi guanti bianchi direbbe Papa Francesco – che si diffonde. Per contrastarlo servono anche atti forti – anche se non violenti – e visibili, anche da parte dei genitori e delle loro associazioni.

Grazie caro padre.