Intervista del 9 febbraio 2018 al dott. Carlos Chiclana Actis

Il dottor Carlos Chiclana Actis, spagnolo, si è specializzato in psichiatria nell’Università della Navarra, e si è specializzato anche in aspetti concreti di psicoterapia in altre Università. Oggi, ci incontriamo a Roma, in una sala della Pontificia Università Santa Croce. L’Università ospita una formazione di cinque giorni intitolata “Insegnare ed imparare ad amare. L’affettività umana e la castità cristiana”. Stando alle informazioni rinvenibili online, questo evento si rivolge «a formatori di candidati al sacerdozio che abbiano maturato “sul campo” un’esperienza tale da poter avviare una riflessione comune e un proficuo confronto fra i diversi protagonisti della direzione dei seminari. L’incontro prevede, oltre agli interventi (…), la partecipazione attiva di tutti gli iscritti grazie ai workshop». Il dott. Chiclana, appunto, è incaricato del workshop di questo pomeriggio, sul tema “Trattamento delle persone con dipendenza dalla pornografia”.

Tebaldo Vinciguerra Dottore, in che momento dei suoi studi o della sua carriera si è interessato al tema della sessuologia e, più specificatamente, della pornografia? Come nacque questo interesse?

Carlos Chiclana Actis Nell’anno 2000, quando iniziai a sviluppare la mia carriera di medicina, già mi interessai alla sessuologia perché era una domanda abituale da parte dei pazienti che emergeva durante il colloquio medico generale. Intendo che tutta la dimensione della sessualità è una dimensione dell’essere umano, che va esplorata in un colloquio medico psichiatrica. Per questo, sin dall’inizio, mi ci sono interessato. Più tardi, durante la mia specializzazione come medico in psichiatria, nel 2003, iniziai a ricevere richieste di aiuto da parte di persone in merito al controllo del loro comportamento sessuale e al consumo di pornografia. Iniziai a chiedere ai miei formatori professionali, iniziai a cercare in riviste, e mi accorsi che ancora non c’era un corpus accademico sviluppato, anche se qualche autore già si era interessato al tema. Il mio interesse nacque con la richiesta di aiuto da parte delle persone, non perché era venuto in mente a me. Così, cercai modi di aiutare, di comprendere quello che stava succedendo a queste persone e perché chiedevano aiuto. Si può osservare, similmente, che esistono associazioni come Sessodipendenti anonimi che, prima che noi professionisti ce ne occupassimo, già si erano organizzate per aiutarsi gli uni gli altri. Pare proprio che il problema già c’era, e che c’è, indipendentemente dal fatto se noi professionisti lo guardiamo o meno.

TV Son quasi due decenni di attività professionale. Quali evoluzioni e tendenze ha osservato in Spagna a proposito della pornografia?

CCA Ho osservato un’evoluzione dovuta all’apparizione, allo sviluppo e al radicamento di Internet. È stato un primo gradino: il passaggio dal consumo di pornografia in riviste cartacee, video o DVD a Internet suppone un cambio nell’accesso, nella facilità di consumo, nella gratuità del consumo, nella velocità del consumo. Un secondo gradino: Internet successivamente ha raggiunto la tasca del pantalone o della giaccia grazie agli smartphones. Così, ti porti appresso la possibilità di un  veloce alla pornografia in qualsiasi momento del giorno, in una riunione al lavoro, a letto vicino a tua moglie che legge un libro mentre tu stai con la pornografia sullo smartphone, in un mezzo di trasporto. Ciò detto, in Spagna, in questo ultimo anno, a seguito di alcuni delitti di molestia e abuso nei confronti di donne, è stata pubblicamente discussa la possibilità che il consumo di pornografia costituisca una delle variabili nel verificarsi di tali delitti. Questo è emerso sui giornali, in televisione, grazie al lavoro di una piattaforma chiamata Daleunavuelta, che ha reso disponibili documenti, informazioni spieganti che la pornografia davvero promuove la violenza contro la donna, promuove l’aggressione della donna, promuove la dominanza dell’uomo sulla donna e che, se viene consumata da persone senza formazione, possono credere che ciò sia normale e agire in questo modo aggredendo donne. Sarebbe dunque interessante considerare che lottare contro la pornografia e tentare di eradicarla, potrebbe essere una modalità di contrastare gli abusi e la violenza contro le donne.

TV Visitando il suo sito web professionale, ho notato che le questioni di sessualità sono solo una voce tra le numerose che proponete come “assistenza psicologica”. Che percentuale del vostro lavoro rappresentano?

CCA Rappresentano una percentuale normale, direi 15%. Siamo 25 professionisti, ci dedichiamo alla psichiatria dell’adulto, alla psichiatria infantile, alla terapia di coppia, alla terapia di famiglia, e molte psicoterapie. Abbiamo anche un’unità specifica di sessuologia, proporzionale al resto della squadra, e che lavora in maniera integrata con le altre unità. In questo modo, se una persona ricevuta per qualsiasi altro motivo, ha un problema relativo alla sessualità, può entrare in contatto con l’unità di sessuologia clinica e salute sessuale.

TV Che età hanno i più giovani che si rivolgono alla sua squadra?

CCA Per questioni di pornografia, i più giovani hanno 13, 14 anni. Noi facciamo anche interventi sulla sessualità in licei, associazioni, parrocchie e, talvolta, i ragazzi ci mandano un email a seguito di questi interventi per informarci del loro problema. Noi li incoraggiamo a raccontarlo ai genitori, in modo da poterli poi ricevere. Ma provano molta vergogna, così a volte facciamo consulenza via email, senza sapere precisamente chi stiamo assessorando, ma in fondo è pur sempre un aiuto; e abbiamo avuto esperienze positive, casi di ragazzi aiutati via email e che, alla fine, ci hanno scritto dicendo che si sono liberati del problema. Anche se l’ideale è che vengano, e capita che vengano, accompagnati dai genitori: quando il padre o la madre ha scoperto nel computer o nel tablet il consumo di pornografia «vuoi un aiuto? – si grazie». Sono venuti e abbiamo aiutato il loro figlio, o la loro figlia. Già, vengono anche ragazze.

TV Il workshop di questo pomeriggio si focalizza sulla dipendenza dalla pornografia. Direbbe che è un concetto comunemente accettato in seno alla comunità medica?

CCA No. Siamo ancora in fase di ricerca e di sviluppo della fenomenologia di come si produce questo problema. Attualmente c’è una discussione accademica per capire cosa succede: se si tratta di un problema impulsivo, di addizione, compulsivo, o se è un apprendimento condizionato. L’Organizzazione Mondiale della Salute, nella classificazione delle malattie numero 11, la cui pubblicazione è annunciata per questo anno 2018, lo includerà, con la possibilità di diagnosticarlo con la denominazione “comportamento sessuale compulsivo disordinato”. Attualmente, nella nostra squadra, ci accorgiamo che non tutti i pazienti hanno una dipendenza. Ci sono vari tipi di consumo problematico di pornografia. C’è una percentuale per cui, sì, si potrebbe dire che c’è dipendenza. In medicina, si dice che una persona dipende da qualcosa quando l’assenza di questa cosa – per esempio l’alcool, il gioco, la cocaina – genera una sindrome di astinenza con sintomi fisici, genera un desiderio potente di ottenere ciò che vuole consumare, e se non lo ottiene, si verificano consequenze di malessere personale. Abbiamo osservato che determinati pazienti quando non consumano pornografia presentano effettivamente questa sindrome di astinenza. Ma non sono la maggioranza: ci sono molti altri che consumano in maniera molto impulsiva. Inoltre, la mia équipe osserva che, su un campione di 200 persone che consumano pornografia, nel 75% dei casi c’è una patologia psichiatrica soggiacente a tale consumo – è una percentuale che si ritrova pure in altri Paesi. Per ordine di frequenza: depressione, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, ansia, disturbo ossessivo compulsivo. Per questo, mi pare importante che i professionisti non trascurino l’informazione di una persona che dice avere un consumo problematico di pornografia, poiché dietro questa richiesta potrebbe celarsi una patologia psichiatrica. Se ques’ultima è trattata, il consumo di pornogragia diminuisce di molto e, se la persona lo desidera, lo abbandona del tutto. Nonostante ciò, i gruppi di Sessodipendenti anonimi, in Spagna, quando accenno loro questo fatto, mi dicono «no, qui nessuno ha una patologia psichiatrica», e io rispondo «guardate bene, perché il frutto delle nostre ricerche è diverso», ma a loro questo non importa. Fatto sta che loro aiutano molte persone che riescono a liberarsi di questo consumo senza la necessità di ricorrere allo psichiatra, anche se le persone possono ricorrervi, e i Sessodipendenti anonimi approvano che una persona ricorra allo psichiatra se ne ha bisogno.

TV Alcuni dicono che gli psicologi, gli psicoterapeuti e i medici addittologi continuano a discutere per sapere se esiste o meno la dipendenza dalla pornografia ma, nel frattempo, i neurologi – attraverso lo studio dei meccanismi chimici nel cervello – starebbero dimostrando che questa dipendenza esiste davvero. Le sembra corretta questa visione?

CCA Mi pare ottimo che si faccia ricerca in questo campo, è necessario. Ci sono articoli pubblicati in riviste molto buone, come JAMA psychiatry, con tanto di immagini cerebrali, che indicano che certe zone del cervello funzionano peggio nei consumatori di pornografia, è quello che si chiama il brain porn, ossia cervello pornografico. Si vedono anche alcune zone ipersensibilizzate, che reagiscono a qualsiasi stimolo sessuale, mentre altre sono iposensibilizzate, per esempio il controllo degli impulsi o la capacità di regolare le proprie emozioni. In questi tempi, siamo davvero all’inizio delle ricerce in questo campo. Noi, a Madrid, insieme a un   di neurologi, stiamo facendo il seguente studio: si espone un paziente a stimoli neutri, stimoli di alimenti, stimoli sessuali. Il paziente deve reagire ai primi due tipi di stimoli, ma gli viene chiesto di inibire la risposta nel caso degli stimoli sessuali. In concreto: in caso di immagine neutra o alimentare che appare sullo schermo, deve premere un pulsante, mentre deve astenersi dal premerlo in caso di immagine sessuale. Questo dovrebbe permetterci di misurare la capacità di inibizione neurologica dinnanzi a uno stimolo sessuale. L’intento è verificare se le persone con condotta sessuale fuori controllo hanno una minore capacità di inibire lo stimolo e la risposta dinnanzi allo stimolo. È una delle ricerche che stiamo facendo.

TV Il dottor Peter Kleponis, in occasione del PURIdiCUORE Tour2017”, diceva che 10% degli uomini adulti negli Stati Uniti d’America ammette una dipendenza dal porno online. Questo corrisponde con quello che lei osserva in Spagna?

CCA In Spagna non mi risulta ci siano vasti studi sulla popolazione relativi al consumo di pornografia. Certo, ho un campione costituito dai miei pazienti, ma non è valido poiché si tratta esclusivamente di pazienti psichiatrici, e comunque in questo mio campione la percentuale è del 2%. Ma gli Stati Uniti sono il primo consumatore di pornografia nel mondo, la Spagna è solo il tredicesimo, stando alle statistiche degli stessi siti pornografici.

TV Tra i suoi pazienti, ci solo sacerdote o religiosi?

CCA Si.

TV Da quanto mi ha detto, sembra che esistano strade per venirne fuori. Potrebbe definire brevemente le principali tappe o sfide di un percorso di uscita dal consumo di pornografia?

CCA Il primo passo è volerlo. In qualche modo, volere uscire fuori da questa trappola, almeno volerlo un poco. Il secondo, rendersi consapevole delle proprie forze. Per “forze” intendo le virtù, le abiltà, le competenze, le strategie. Così, la persona si acc orge che ha un esercito all’interno, col quale affrontare il problema. Il terzo, conoscere molto bene la propria storia, difatti questo consumo di pornografia non è sorto improvvisamente, bensì è cresciuto poco a poco. La persona deve dunque conoscere la propria storia e capire come si è andato costruendo quel consumo, e dentro questa costruzione inizia ad apparire il tema della famiglia di origine, la relazione coi genitori. Sarà molto importante – ed è proprio un aspetto che stiamo approfondendo – capire come si è costituito e configurato l’attaccamento, il vincolo affettivo, poiché vediamo che spesso è rovinato, che si tratta di persone insicure, con ferite emozionali, che vanno affrontate. Poi, sempre dentro questa storia personale, sarà anche necessario vedere come sono le sue relazioni interpersonali, come si relaziona con i suoi fratelli, con amici e amiche, coi colleghi, col mondo sociale, e vedere lì come si può crescere. In seguito, occorre capire la propria identità: se ti conosci, se non ti conosci, se la tua identità già è sviluppata, se è ancora possibile integrarla o meno. Bisogna, poi, studiare la regolazione emozionale, cioè in quale modo una persona ha imparato a regolare le proprie emozioni. Finalmente, ci s’interessa alla comunicazione: c’è la capacità di una comunicazione emotiva profonda? Dopo la volontà, le forze e la storia personale, c’è un quarto, importante, elemento: stabilire un piano di condotta per diminuire i comportamenti problematici. Un simile piano di condotta va fatto nell’ambito di quanto precedentemente elencato. Altrimenti, se fai un piano di condotta senza occuparti delle profondità personali, è difficile che possa attecchire. In questo piano, è molto importante individuare quegli stimoli che condizionano la persona. A volte questi stimoli sono situazioni o stimoli esterni sensoriali che non hanno nulla di sessuale, ma finiscono con lo svegliare l’aspetto sessuale. Per esempio: stare solo in casa, un problema nel lavoro, una certa luce, un certo odore, … che talvolta attivano il concatenarsi dei problemi comportamentali. Inoltre, se ci si può avvalere di un appoggio – per esempio all’interno della coppia, di amici, di un gruppo – anche questo aiuta molto a venirne fuori. Coniugando queste linee, questi parametri, stando alla nostra esperienza è possibile riprendersi da questi problemi.

TV Oggi lei anima questo workshop nell’Università Santa Croce, con un gruppo di sacerdoti, in particolare sacerdoti che si occupano di seminaristi. Le succede spesso? Che lei sappia, è frequente che la Chiesa faccia appello a psichiatri, psicoterapeuti o altri medici per affrontare la problematica della pornografia?

CCA Sì, almeno nella mia esperienza personale. Sono già cinque anni che la mia équipe forma sacerdoti. Lo abbiamo fatto in più diocesi e con vari gruppi di sacerdoti. La scorsa settimana un mio collaboratore è andato nella diocesi portorichese di Arecibo per una formazione che verteva parzialmente proprio sulla pornografia. Nel 2017, sono stato a Valladolid, Valencia, Pamplona, in Galizia, insomma, in numerose città spagnole per formazioni su questo tema. Se oggi sono qui, è perché un sacerdote romano ha partecipato ad alcune di queste sessioni e mi ha detto «vieni, ci interessi per l’Italia!». La mia opinione è che la Chiesa, come una madre buona, sia preoccupata per i suoi figli che consumano pornografia, come una qualsiasi madre buona che avendo sorpreso il suo figlio adolescente, nella sua camera, si preoccupa e gli viene in aiuto. Mi sembra che è proprio quello che fa la Chiesa: si preoccupa, e forma i suoi sacerdoti, innanzitutto affinché abbiano cura di loro stessi, e affinché possano avere cura degli altri.

TV Quando presento il libro Pornografia: cosa ne dice la Chiesa sempre spunta fuori la domanda sulla formazione dei sacerdoti. La gente vuole sapere se i sacerdoti sono preparati per affrontare questo tema. Cosa potrebbe dire in proposito, in base alla sua visione della situazione, se non altro a livello Spagnolo? Sono sufficientemente preparati i sacerdoti?

CCA No, non ancora, ma già lo si sta facendo. Ancora 5 o 10 anni, e tutti i sacerdoti potrebbero averlo incorporato nella loro formazione, e saranno in grado di orientare bene le persone. Tentiamo un paragone col consumo di cannabis: se nel confessionale un sacerdote ascolta una persona che fuma cannabis, certo, quel confessore le darà un conforto spirituale, ma sicuramente la aiuterà a riflettere alla propria situazione, «Che stai facendo, che succede? Qui c’è un problema, forse un’addizione? Capita una volta al mese? Ogni settimana? Ti fai una canna quotidianamente?». Insomma dinnanzi a una persona che confessa una canna quotidiana, il sacerdote non darebbe mica l’assoluzione senza al contempo orientarla verso il medico per cercare aiuto. Forse con un simile paragone è più facile capire. «Mi masturbo, … consumo pornografia, … sono andato da una prostituta». Se è un evento isolato, beh, è una cosa. Ma se è frequente, se è abituale, se è un modo di rilassarsi – come per esempio accade con la cannabis – se capita quando uno è arrabbiato, è un’altra cosa: certo, a seguito della confessione beninteso Dio perdona, ma bisogna comunque trovare un rimedio supplementare a quello spirituale, a quello ascetico, all’accompagnamento comunitario: un rimedio professionale. Spero anche che, poco a poco, ci siano sacerdoti formati per un accompagnamento spirituale specializzato, più profondo. Ci sono sacerdoti formati per accompagnare coppie in difficoltà, o per accompagnare malati terminali, tutte situazioni complicate. Ebbene, adesso, nel secolo XXI, un problema reale che si presenta alla Chiesa è l’aiuto di cui necessitano le persone che non riescono a uscire dal consumo di pornografia. Negli Stati Uniti d’America già ci sono sacerdoti con questo tipo di formazione, c’è il lavoro dell’autore Popcak che scrive libri quali Broken Gods: è una corrente che alcuni definiscono “psicoterapia pastorale”.

 

TV PURIdiCUORE tenta di definire una proposta, per l’Italia, in cui la dimensione pastorale sarebbe allineata/associata con la dimensione del terapeuta. Anche il percorso Libre Pour Aimer, un volume pubblicato dalla Comunità dell’Emmanuel in Francia, si basa su questa doppia dimensione. Lei crede che ci sia una possibile alleanza, una sorta di sinergia o collaborazione tra la spiritualità cattolica e la medicina, a proposito dell’informazione, della prevenzione, della cura relativamente al consumo di pornografia?

CCA Sì, vedo quest’alleanza non solo possibile, ma anche in grado di produrre molto bene. Psichiatri e psicologi, sappiamo che quando la spiritualità viene integrata con la psicologia e si mette in moto, ha molta forza. Ed è importante che s’integrino bene: non si pretenda risolvere problemi psicologici con attitudini ascetiche o religiose. La Grazia di Dio opera su una natura pronta ad accoglierla. Per questo è necessario che i sacerdoti si formino in psicologia, e che i medici si formino in spiritualità, al fine di favorire l’integrazione, evitando frizioni. Non è una convinzione solo mia o dei miei collaboratori: conosco molte altre persone che sono capaci di lavorare con questa visione. Per quanto concerne la mia squadra, conosciamo sacerdoti verso i quali possiamo indirizzare le persone con cui abbiamo iniziato a lavorare e che desiderano avere anche un accompagnamento spirituale. Per converso, questi sacerdoti ci inviano persone incontrate nel confessionale o durante un orientamento spirituale, e che hanno bisogno di un accompagnamento professionale. Questa collaborazione è molto interessante, il workshop di oggi ne è un esempio: integrarsi e condividere esperienze e conoscenze al fine di aiutare le persone a essere felici.

TV Un commento finale?

CCA Grazie mille per l’intervista. Sono molto felice che esista in Italia questa iniziativa. Sarebbe molto interessante creare un’alleanza internazionale, quando sarà venuta l’ora di avere maggiore forza: l’iniziativa spagnola, quella italiana, quella inglese, quella francese, quelle in Nord America, … per condividere materiale, libri, video, interviste, programmi terapeutici. Così avanzeremo più rapidi e un numero maggiore di persone ne potrà beneficiare. Manteniamoci in contatto.

TV Grazie a lei!

La conversazione si è svolta in spagnolo, traduzione a cura di Tebaldo Vinciguerra, Segretario di PURIdiCUORE.