Pornografia: spunti da una cyberpsicologa

La dottoressa Mary Aiken, irlandese, si presenta come una cyberpsicologa forense. Insegna allo University College di Dublino, è consulente (advisor) per lo European Cyber Crime Centre di Europol. Ha collaborato con Interpol, con l’FBI. Ha ispirato la creazione del personaggio Avery Ryan apparso in vari episodi della nota serie investigativa CSI ed è considerata una psicologa di primo piano quando si intrecciano comportamenti umani, criminologia e Internet. L’ho ascoltata durante una delle sue numerose conferenze (tenuta in Vaticano) e ho letto con interesse il suo saggio The Cyber Effect (2016), traendone alcuni spunti per proseguire il lavoro di informazione sul tema della pornografia.

Dopo aver ricevuto l’avvallo della dottoressa Aiken, parafraso rielaborandoli (non si tratta dunque di una traduzione fedele) alcuni paragrafi del suo convincente libro (il volume non è disponibile in italiano, anzi: se ci sono case editrici interessate alla pubblicazione non pensateci due volte).

 

La Aiken si è abituata (ed esorta) a cercare pericoli laddove gli altri pensano che non ce ne siano. Entrando in autogrill in autostrada, dove si trova di tutto, un bambino sarà interessato dall’assortimento di caramelle. Successivamente si accorgerà dell’espositore delle riviste. L’esplorazione e la curiosità sono cose naturali, positive, e fanno parte dello sviluppo della persona. Soprattutto poiché, verso i nove anni, il bambino ha maggiormente consapevolezza di sé, si allontana dalla famiglia e rafforza il contatto coi coetanei. Ci sono nel mondo concezioni diverse in merito a ciò che è appropriato o meno per gli occhi dei bambini, ma nella grande maggioranza dei casi il materiale per adulti (testi o immagini) viene tenuto alla larga dai bambini. Ci sono regole e leggi in vigore da decenni. Nel negozio di cui sopra, le riviste per adulti saranno probabilmente avvolte da una copertina oscura, collocate in alto, forse dietro al bancone. E figuriamoci se i genitori non vigilerebbero attentamente al loro bambino in un negozio da stazione di servizio in autostrada! Dove sta, cosa fa, con chi eventualmente parla. Ebbene, i medesimi genitori non sono altrettanto vigilanti a casa, mentre il bambino è davanti al computer o ha in mano lo smartphone. «Che pericolo c’è, non siamo forse a casa?». Eppure, in pochi secondi, il bambino può accedere a immagini di qualsiasi tipo (pp. 135-136). Quelli che poi fanno di tutto per controllare il bambino in casa propria, finiscono per non sapere come regolarsi quando va fuori e quando è in casa altrui: come si fa a preoccuparsi sempre, a fasciarsi sempre la testa? (p. 139).

 

Forse, quando si tratta di Internet, molti sperimentano una sorta di dissonanza cognitiva. Si tratta di un conflitto interno generato dalla consapevolezza che Internet (i suoi contenuti, il suo uso) è da una parte buono, conveniente, divertente e dall’altra parte anche negativo, pericoloso (p. 135). Spinti da un desiderio di armonia, tendiamo irrazionalmente a ignorare una parte dell’equazione. Cioè scegliamo più o meno consapevolmente di ignorare la parte negativa (p. 135). Inoltre, spiega la cyberpsicologa, quando un rischio è sgradevole e improbabile, c’è un forte desiderio di non pensarci (p. 141). È un atteggiamento comprensibile giacché la vita deve pur andare avanti, giorno dopo giorno, e non si possono interrompere del tutto i viaggi (per paura degli incidenti), le passeggiate (per paura dei rapimenti) o gli acquisti (per paura dei furti). Così facendo si ignorano anche (troppo spesso) i rischi del cyberspazio. Anzi, alcuni lo considerano o comunque lo vorrebbero idealmente come uno spazio di libertà totale.

 

Per giunta, nelle situazioni in cui sono presenti molte persone (e questo vale anche gli spazi online come chat e reti sociali), è probabile una diffusione della responsabilità. Nel concreto: se molte persone osservano un’immagine o un comportamento osceno o scandaloso o illegale, è probabile che nessuno muoverà un dito per reagire oppure per interpellare chi di dovere. Questo “effetto di chi si limita ad osservare” si potrebbe riassumere in queste parole: «Tanto ci penserà qualcun altro, perché prendermi il disturbo di reagire?» (p. 129). Se tutta la scuola sa che girano le immagini hot di un alunno sui telefonini, è probabile che trascorrano vari giorni prima che la notizia arrivi ai genitori o agli insegnanti. Chi si prende il fastidio di segnalare un video porno o un link verso un sito pornografico sui noti siti di condivisione musica o video?

 

Forse non sono stati informati a sufficienza i genitori dei rischi potenziali derivanti dal consumo della pornografia sullo sviluppo dei bambini? (p. 137). E l’autrice cita uno psicologo canadese, specializzato nello studio delle aggressioni sessuali e della pedopornografia, Michael Seto, che considera l’impatto della pornografia sullo sviluppo dei bambini il più grande esperimento sociale senza regole mai realizzato. A ciò si aggiunga che il cyberspazio consente agli individui con gravi patologie mentali di incontrare altri individui che li confortano e le patologie ne sono rafforzate. Quei comportamenti che di norma vengono considerati devianti o pericolosi, possono sindacarsi online, e si verificano processi di intensificazione o escalation (p. 143). Chi ha una tendenza alla pedofilia potrebbe – col tempo che passa online – riuscire sempre più difficilmente a controllarsi. Diminuisce l’età degli aggressori sessuali online, addirittura aumentano quelli che hanno meno di 18 anni. Ancora un effetto della frequentazione da parte di bambini e giovani di spazi online dai contenuti per adulti?

 

Fatto sta che – stando alle fonti citate nel saggio – ci sarebbe da preoccuparsi. Molti bambini, negli Stati Uniti d’America, hanno il loro primo telefonino intorno ai 6 anni. Un decimo dei bambini di 12-13 anni nel Regno Unito teme di essere dipendente dal consumo di pornografia (pp. 121 e 148).  Tra le immagini (milioni di immagini) analizzate da associazioni che combattono lo sfruttamento dei bambini, circa 14% vengono considerate come di origine sexting, non dovute né a violenze né ad adescamenti. Davvero Internet ha un effetto di disinibizione, facilitato da un’atmosfera di (talvolta presunto) anonimato (p. 143). Ha un altro effetto: rafforza i comportamenti impulsivi e compulsivi (pp. 47-49). Non vanno confusi: impulsivo è il comportamento improvviso (rispondere in modo rabbioso a un messaggio sgradito, mandare una foto compromettente senza pensarci tanto); compulsivo è quello che si ripete ancora e ancora, come un’ossessione. Internet di per sé può generare dipendenza attraverso la mera ricerca di informazioni, il mero aggiornamento (cercare, cercare ancora, controllare nuovi post, controllare l’email incessantemente) che diventa una specie di rimedio alla solitudine (pp. 51-61). A maggior ragione crea dipendenza anche attraverso attività molto coinvolgenti come giochi o shopping (pp. 62-78), oppure come le immagini eccitanti della pornografia.

 

La strada dell’astensione sembra difficile. La strada dell’adattamento, o adeguamento, è necessaria stando a Mary Aiken (pp. 85-87, 310-313). L’adattamento inizia con l’essere informati: informati in merito ai rischi, all’influenza del mondo online sul comportamento e sulla socialità. In questo modo è possibile (o almeno più facile) prevenire, educare, aiutare, incoraggiare, auto-controllarsi.  Ma l’adattamento non concerne solo gli utenti, solo le famiglie che paiono lasciate a remare ciascuna con la propria canoa nell’immenso cyberspazio. Difatti, l’adattamento concerne anche e soprattutto l’industria digitale, delle comunicazioni nonché le pubbliche autorità competenti. Questi attori devono responsabilmente e rapidamente ripensare il proprio funzionamento, i contenuti online, le regole che disciplinano il cyber spazio e la loro applicazione, mettendosi al servizio del bene comune della famiglia umana.

Tebaldo Vinciguerra

Segretario di PURIdiCUORE

 

Nota: la fotografia della dottoressa Aiken, che adopero avendone ricevuto il permesso, è “part of coverage of the CBS Pilot CSI: CYBER. Photo: Monty Brinton/CBS ©2014 CBS Broadcasting, Inc. All Rights Reserved